Archivi categoria: L’opera di Don Guido

L’opera di Don Guido

Il prete che predisse il disastro del Vajont (Articolo da “Il Messaggero Veneto”

Segnaliamo qui l’articolo uscito in data 9 maggio 2017 su “Il Messaggero veneto”, su Don Guido Bortoluzzi, con titolo “Il prete che predisse il disastro del Vajont”.

L’articolo originale e completo è disponibile al link: http://messaggeroveneto.gelocal.it/pordenone/cronaca/2017/05/09/news/il-prete-che-predisse-il-disastro-del-vajont-1.15314838/amp/

Qui a seguire una breve sintesi.

Parroco a Casso, 18 anni prima ebbe il sogno premonitore della tragedia.  Indicò dove la frana sarebbe caduta, ma non venne ascoltato.

Don Matteo Pasut, storico prete di Erto e noto autore di libri sulle tradizioni locali, vuole “riabilitare” a tutti i costi Don Guido Bortoluzzi.  «Altro che visionario, don Guido era un vero mistico che predisse il Vajont con chiaroveggenza e che merita di essere ricordato per il suo impegno sociale» . Il presule aveva avuto una visione del disastro del Vajont. Ne parlò a molti ma nessuno gli credette. Salvo poi ricordarsene 18 anni dopo, a sciagura avvenuta. Da anni don Matteo sta raccogliendo del materiale sul sacerdote della frazione, morto in odore di santità nel 1991. L’intenzione è quella di scrivere un saggio che approfondisca  la specifica vicenda della premonizione della frana.

Una notte don Bortoluzzi viene sconvolto da un sogno talmente realistico da lasciarlo senza parole: da quel momento il sacerdote descriverà con 18 anni di anticipo i punti in cui si sarebbe staccata la faglia del monte Toc. Indicò alcuni punti del territorio per spiegare come sarebbero stati modificati a seguito dell’evento, parlerà di migliaia di morti e sfollati, offrendo persino una panoramica della tipologia dei danni. Gli abitanti della borgata che hanno avuto modo di parlargli in quella fase cruciale sono ormai mancati da tempo ma figli e nipoti hanno ancora in mente i racconti su don Guido e la sua crociata contro la diga.
Come conferma don Pasut, nessuna autorità gli diede ascolto …. In pochi restarono a fianco del presule di Casso, da quel momento guardato con sospetto … Le sue lettere a sindaci, vescovi e giornali vennero cestinate e molte sono andate perdute. Per don Bortoluzzi iniziò una sorta di “osservazione” ecclesiastica che terminò solo con la sua morte. «Sembra una leggenda ma si tratta di fatti documentati» , ha concluso il sacerdote pordenonese che ora vorrebbe approfondire meglio la vicenda con un nuovo scritto.
E intanto la fama di Bortoluzzi inizia a superare i confini nazionali grazie a un gruppo di sostenitori che hanno aperto un sito internet.

Testimonianze – Il mio ricordo di don Guido – di Renza Giacobbi

Il mio ricordo di don Guido

di Renza Giacobbi

Conobbi don Guido nel 1986, quando frequentavo la cappella della Casa del Clero di Belluno. Un giorno arrivò questo anziano Sacerdote di 79 anni, che mi stupì per il particolare trasporto e convincimento con il quale celebrava la S. Messa. Il suo sguardo e tutto il suo essere si concentravano con tanta immedesimazione in ciò che pronunciava e faceva, che ne rimasi colpita. Le sue omelie brevi, ispirate e mai lette, erano profondissime e nuove e quasi sempre terminavano con parole di ammirazione e di affettuosa devozione alla Vergine Maria.

Dopo qualche tempo don Guido mi avvicinò per chiedermi se avessi potuto aiutarlo a riordinare e a ricopiare un manoscritto che desiderava pubblicare, perché si trovava nell’impossibilità di farlo da se stesso poiché faticava a scrivere a causa di uno strappo ai legamenti della spalla destra avuto qualche mese prima. Fu così che cominciò a parlarmi del suo libro e ad accennarmi che il ‘peccato originale’ fu un peccato di ibridazione della specie pura dei ‘Figli di Dio’ creati perfetti, come dice la Bibbia, ma subito dopo corrotti dall’unione con la specie preumana dalla quale erano derivati.

Al sentir queste parole lo guardai trasecolata. Aveva uno sguardo d’innocenza e di sincerità per cui gli chiesi:

Come fa a dire queste cose? –

Mi rispose lanciando uno sguardo al cielo:

Chi me le ha dette non può sbagliare! –

A quel punto, scossa ma incuriosita da una risposta così sconvolgente, realizzai in pochi attimi che sarebbe stato sciocco un mio atteggiamento di chiusura ancor prima di conoscere i fatti. Potevo sempre riservarmi la libertà di vagliare e di ritirarmi in seguito. Così accondiscesi.

Nei cinque anni che seguirono, prima della sua morte, ebbi modo di trascorrere molte ore ad ascoltare e riascoltare il racconto delle sue straordinarie esperienze soprannaturali.

Parlava in modo semplice e senza retorica. Anche i concetti più profondi attraverso di lui diventavano facilmente comprensibili. Critico intelligente, sapeva cogliere l’essenziale di ogni questione e al tempo stesso mostrava una capacità analitica sorprendente. Provava interesse per tutto ciò che lo circondava, fosse la natura o l’animo umano. Aveva un acutissimo spirito d’osservazione: nella vita lo colpivano anche i dettagli più piccoli che ad altri passavano inosservati. Questo spiega le descrizioni così minuziose delle sue visioni.

Vedevo nei suoi occhi un’immensa pace, un perfetto equilibrio e molta umiltà di fronte alla grandezza del messaggio ricevuto. Diceva sempre:

Ma pensi, proprio a me… così meschino! –

Nelle sue parole mai ho colto un pizzico di autocompiacimento per esser stato scelto dal Signore per questo compito; provava piuttosto una grande meraviglia che Dio si fosse adeguato alla sua pochezza.

Allo stesso tempo avvertivo la sua sofferenza di non essere creduto e la dignitosa consapevolezza che la sua croce era già stata portata molto tempo prima anche da Gesù quando fu respinto, schernito e crocifisso dagli uomini del suo tempo.

Si sentiva solo, incompreso, ma mai infelice: la preghiera era per lui un rifugio autentico che lo rigenerava costantemente. Rimasi colpita dal suo modo convinto di pregare, dalla sua completa fiducia nella Misericordia di Dio. E quanta espressività, compostezza e confidenza in Dio in quelle preghiere! Molte di queste erano preghiere spontanee.

Aveva piena fiducia che il Signore, prima o poi, avrebbe provveduto Egli Stesso ad abbattere le barriere di diffidenza che sembravano insormontabili. Occorreva dare a tutti, con questa rivelazione, un’ulteriore prova dell’infinita Sua Misericordia spiegando all’uomo quali furono i veri pregiudizi che portarono tanta sofferenza sulla terra e a quale prezzo fu riscattato ciò che era andato irrimediabilmente perduto. Diceva don Guido che questa consapevolezza avrebbe stimolato molti a non sprecare la loro vita e a cercare la Parola di salvezza nella Sacra Scrittura.

Don Guido aveva conservato una spontaneità vivace negli atteggiamenti e uno spirito giovane dentro un corpo che ormai mostrava tutti i suoi anni.

Trattava con affabilità e gentilezza chiunque: benevolo verso le debolezze umane, stimolava le qualità migliori. Nella Confessione era esplicito e obiettivo nell’evidenziare le responsabilità. Allo stesso tempo, dimostrando la sua stima e la sua fiducia, comunicava la voglia di ricominciare. Non adulava ma rincuorava. Ripeteva senza stancarsi: “Pro posse, petere ut possis”, se ti senti incapace e vuoi riuscire a cambiare, chiedi aiuto a Dio.

Mi resta il ricordo del suo buon carattere e della sua rettitudine di uomo e di Sacerdote. La sua dote più evidente era proprio l’umiltà, quella vera, di sentirsi piccolo strumento nelle mani di Dio. Aveva l’innocenza di un bambino. Mai la più piccola bugia, mai, nemmeno per compiacenza, il più piccolo compromesso, mai il più piccolo orgoglio.

Ho tracciato qualche tratto della sua personalità affinché non sorga il dubbio in chi legge queste pagine che la sua penna sia stata presa dalla fantasia.

Forse perché sono stata una testimone costante dei suoi ultimi cinque anni, don Guido mi affidò tutti i suoi scritti perché li proteggessi e li pubblicassi. E poiché da don Guido ho ricevuto non solo molte spiegazioni ma anche tante parole di bontà, sento il desiderio di manifestargli la mia gratitudine adempiendo al mio impegno.